"We do not see the things as they are, we see the things as WE are." Anais Nin

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§ e la ghianda, raccolta di memorie sconvenienti – parte 8^


Dove si racconta di come § ritrova la strada di casa

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Il nuovo core ancora non c’è ma § ha trovato un involucro robusto e quadro abbastanza per andare comunque: l’impegno politico.
§ vive al di fuori di se stessa, è scatola nera di cui ha gettato la chiave. Così combatte i demoni mondiali, alza il pugno e la voce, si mischia nella folla. § è arrabbiata, arrabbiatissima, parla per ore, giorni, anni. Connette ciò che ha letto e ciò che vede, mischia, frulla e sintetizza.
Prima studentessa perduta tra le divagazioni, poi lavoratrice immersa tra i piccoli umani, § si proietta tra bandiere e riunioni e s’innamora ancora. Tutto sembra scivolare inesorabilmente verso una conclusione scontata, in realtà però § non si perde nelle parole,  nelle parole segue i suoi fili, costruisce lentamente la sua finestra e la scala per arrivarci.

§, a sua insaputa prepara una bomba ad orologeria, solo il tempo dello scoppio non le è dato ancora di sapere.
L’involucro robusto e quadro che ha consentito a § di portare se stessa oltre le acque dei 20 anni e oltre le terre dei 30 inizia a trasformarsi in trappola, capace di andare solamente avanti in linea retta,  non prevede curve, deviazioni o soste.
Manca l’aria, manca la profondità, manca l’altitudine.
§ inizia nuovamente a respirare da dentro e l’ossigeno che le arriva è qualcosa di conosciuto, lo stesso ossigeno di sempre. § respira fondo e si lascia inebriare dalla sua ombra.
No, § non è più la stessa bambina che camminava a fianco del suo sogno, eppure non è ancora donna, non ha ancora le ali, ma ha cresciuto gambe capaci di camminare. E una notte, di fronte al buio stellato, § rompe l’involucro ed esce dal quadro, per essere libera di fermarsi, libera di girare, di disegnare curve, libera di guardare in basso o di alzare lo sguardo al cielo. Pochi giorni dopo § impacchetta nuovamente le sue cose e va.
Con § c’è il suo sogno, il suo amore più vero. Dentro al sogno non più ragazzo, ma nemmeno uomo, e dentro di lui un dolore con il suo ventaglio di note.
§ torna a casa dentro se stessa. Ritrova la sua camera, la penna e i fogli bianchi.
Per il momento § sosterà qui, ha bisogno di silenzio, di scendere e di salire. Sola, dicono gli altri. In compagnia di me stessa e del mio respiro, pensa §.

§ riparte quindi dal Core 1, lì stanno le sue radici, la sua luce e la sua ombra. Di tutto ciò che ha costruito e attraversato poi terrà memoria nella pelle e nei pensieri, senza rimpianti.
Forse semplicemente il mondo, a cui § si era affidata, non è fatto per lei, per loro. § è quello che è: un miscuglio non ancora definito a cui niente e nessuno sembra in grado di dare forma. Una cosa però nel suo cuore è certa, non andrà più per le strade dimezzata, vivrà il suo miscuglio cercando di mantenere calmo il suo cuore.

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§ e la ghianda – Raccolta di memorie sconvenienti – parte 7^


Dove § abbandona il suo rifugio e la sua ombra e si affida al mondo.

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metamorphia by Enzzok

Senza ombra e senza profondità § si allena a dirigere i suoi passi in questo nuovo universo euclideo. Tutto dovrebbe essere semplice, identificabile: le formule conosciute, i movimenti codificati e chiari. Senza ombra e senza sfumature § non necessita più di alcun rifugio.
Che piena luce sia, senza compromessi né titubanze.

Casa vuota. Camera. Musica assordante per sovrastare i pensieri, per impedire il silenzio.  § raccoglie i suoi 17 anni e poco più, impacchetta i suoi stracci e le sue memorie e va.

Le ruote della bicicletta volano leggere sfiorando l’asfalto mentre il vento secco dell’estate asciuga i ricordi. Nel ponte sul fiume con lo sguardo a nord, lì dove la valle s’incunea e diviene oscura, § affida alle acque schiumose il suo passato. Che vadano, le note, libere e turbinose a trovare quiete nei mari e nelle lagune; che siano plancton per altre creature, luminescenze per altre anime.

D’ora in avanti § posa se stessa dappertutto, a casa di amici, in cuori presi in prestito, in città e discussioni. § è un risvolto imbastito. Lo sa. Per questo non è mai sola, per non perdere la piega conquistata a fatica.
Si lascia bruciare dal sole. Gli altri sono il suo zenit, lo schermo contro le ombre e §, ad occhi spalancati, si lascia impressionare istantaneamente da ogni cosa. Scatto dopo scatto si riempie di innumerevoli micromondi colorati. § è un puzzle dal soggetto variabile, dagli incastri potenzialmente infiniti.

§ si avvia inconsapevolmente a comporre un nuovo core.


§ e la ghianda – Raccolta di memorie sconvenienti – parte 6^


Dove si narra dello scampato svelamento e della morte.

1 of 2  by kubicki

TUM TUM – TUM TUM – TUM TUM
Solo rumore, niente respiro. § con le spalle al muro, il suo sogno aperto, sventrato. Respira §, respira. Aggancia il tuo cuore, stringilo. Respira, respira. Componi parole, rispondi, reagisci! Nega, respingi, affronta, colpisci.
TUM TUM – TUM TUM – TUM TUM
Sangue gelato nelle vene di §, il cuore implode. Tutto o niente, §. Tutto o niente. E’ vero, sei bugia sottile, sei scatola nera, sei gioco di specchi.
TUM TUM – TUM TUM – TUM TUM
Alza gli occhi, §. Respira. In quella bugia il tuo segreto, in quella scatola il tuo amore, in quegli specchi il tuo futuro.
Tutto o niente.
Di fronte a te una cacciatrice di ombre, un dubbio telescopico, pronto ad estendersi sino a centrare il tuo cuore.
Prendi le redini, §. Corri, corri. Corri nel tuo mondo prima che qualcuno lo rompa, respira , voltati e colpisci. Poi raccoglierai i pezzi, guarirai le ferite, pulirai il sangue. Poi griderai e abbraccerai la notte. Ora vai, vai!
Così § stringe il suo cuore, respira, alza gli occhi, compone parole, reagisce, accusa, sputa, colpisce, colpisce, colpisce. Colpisce. Colpisce.

Camera. Libri e fogli sparsi. Silenzio.
§ ha tra le mani se stessa e non sa che farsene. Ha ferito ancora, si è aggrappata al sogno e ha reagito, negando le bugie, ritornando le accuse. Ha improvvisato parole, ha soffiato e graffiato come gatta furiosa ed ha vinto.
Ha vinto che?
Nulla ha vinto, nulla di cui andar fieri, nulla. § è lacrima sul parquet e lentamente scivola tra le fessure. Meglio così, scomparire assieme al sogno, divenire un niente che abbraccia un altro niente.
§ non è altro che un mucchietto di lettere da spazzare via.

§ crolla, il sonno finalmente dissolve la realtà. Nel sonno § incontra le note, si coccola un poco e poi vede: il ragazzo ha deciso, il suo dolore è troppo grande, la musica non basta, la realtà dimezzata di § non ha senso. Non vi è uscita, né realtà possibile. Quale ragione allora per insistere ancora? Non è la prima volta che cerca di morire, il suo corpo ne porta il sapore, la sua musica l’eco. Non è tempo, non ancora. E’ stata una follia, un anticipare ciò che ora non può essere. L’unico risultato è di aver strappato i giorni di § da una vita normale, di averla scaraventata in un vortice letale, di averle fatto apprezzare un brivido che non ha posto alcuno dove divenir sorriso.
§ vede e capisce che tutto è finito. Accarezza dolcemente il suo sogno fino all’ultimo respiro poi si sveglia.
§ ha ucciso per stare nel mondo.

Il Dual-core della ghianda è perduto. § proverà ad essere luce e luce solamente. § cercherà di andare per le strade come un’assassina a cuor leggero.
Non c’è nome per questo sistema senza “core”.


§ e la ghianda – Raccolta di memorie sconvenienti parte 4^


Dove si assaggia l’amore e si perde l’amicizia

Mondo, un sistema aperto. § si innamora di un amore giovane, fatto di baci alle arachidi e di giri in motocicletta, di bigliettini e di risate. § cresce alla luce del sole. Ogni minuto è un nuovo campo, ogni campo centinaia di erbe. § non ne scarta nessuna. Curiosa assaggia, gusta, si inebria, si ammala, si perde, si ritrova.

Camera, un continuum in espansione. § avvolta in drappi di note pensa e trasforma e digerisce.  Ruminante per natura, non ha fretta. § impasta, scompone, seleziona, scarta. § cresce nell’ombra. L’amore al sapore di noccioline attraversa la membrana solo in parte: emozioni, profumi, colori entrano a nutrire il sogno, il resto attende fuori dalla porta incapace di osmosi.

§ è bilancia: vive leggera fuori, vive pesante dentro. Per un’ora di luce una di buio, per ogni parola un silenzio.
Core 1 della ghianda – kernel version 1.3

Sleep elevation by Maia Flore

2° aggiornamento di sistema. L’amicizia
In ragione della troppa vicinanza di N, la stella binaria ha i primi segni di squilibrio. Da tempo § avverte richieste di scambio troppo insistenti, inizia a soffrire. Si nega, si chiude e alla prima occasione fugge, abbandona il sistema. Nel cielo cittadino si avverte l’esplosione.


§ e la ghianda – raccolta di memorie sconvenienti – 3^ parte


Dove si narra di dio e si assaggia l’amicizia.

image by Andre Brito

§ e dio
Fino all’inizio dell’adolescenza non vi è alcun dio per §, nessuna immagine la completa, lei non è parte di alcuna energia condivisa. Nel mondo esterno vive sola anche se cammina con gli altri, nel mondo interno la sua anima vive il sogno, ma il sogno è voce che deve tacere.
§ non sa nulla sulla pervasività di dio e quando le si presenta con sembianze di un gruppo semi-parrocchiale e di un prete poco ortodosso § si lascia rapire, per un poco si immerge, ha confidenza. Per un attimo di vita si crea un contatto, qualcosa si mostra.
Ma è legame troppo fievole, davvero un niente vestito di possibilità remote e confuse.
Qualcosa d’altro invece si fa strada: § ha un pubblico e una nuova serie di prove di trasmissione ha inizio. La mente di § lavora senza tregua.
Niente soap opera questa volta, il tema è spirituale ed etico. Niente ragazzi, niente personalismi o sdolcinatezze da ragazzine. Puro e semplice avvicinamento all’estasi. § scrive, parla, racconta tutto ciò che la teoria le suggerisce, ci mette passione e rigore.
§ è lei e non è lei. Di certo § è in ogni singola parola, in ogni frase o sospiro, ma chi vede solo questo non la conosce. Perché appena dopo le parole, appena appena prima di §, c’è una distanza che si chiama pensiero e questa distanza è trasfigurazione. E ciò che di § si mostra è ciò che § vuole far vedere, nulla di meno, nulla di più.
§ è la regia, § è lo show. § gira per la vita avvolta in una calza di nylon tessuta di linguaggio.
Il pubblico plaude, § ricerca e trasmette. Per un attimo sembra perfetto. Nessuno vede al di là delle quinte: § e il sogno crescono al sicuro.
Ma il pubblico è labile e viene presto rapito da un nuovo spettacolo, organizzato e magistralmente diretto da una nuova arrivata, N.
§ vacilla e trema, dio scompare lasciando attorno a sé odore di stantio. § deve cavarsela da sola.
Core 3 della ghianda – kernel version 1.1

1° aggiornamento di sistema. L’amicizia
N è però persona interessante, non lineare. E’ superficie che si apre, è nebulosa in evoluzione, è sentiero tra nuvole e terra. § e N divengono provvisoriamente stella binaria, nuova coppia astrale nel microcosmo cittadino.


§ e la ghianda – raccolta di memorie sconvenienti – 2^ parte


 

Dove si narra di § al di fuori del sogno e del core n°2

Ma fuori dal sogno, fuori dal ragazzo, fuori dal dolore, fuori dalla musica, fuori dalla camera, chi è §?
Fuori dal sogno § c’è e non c’è.
Il suo mondo è altrove, ma nessuno lo sa. Vestita di abiti maschili, indossa menzogne, testa la gente, la mette alla prova. Vive, studia, scrive, si appassiona, discute. Ama la matematica e il mare, la nuda roccia e il vuoto.
§ intesse ragnatele di parole, impara a stare al centro, impara l’attesa.
Gioca come può.
Core 2 della ghianda. Version 1.0

Fuori dal sogno § c’è e non c’è.
Tutto ciò che accade non ha davvero importanza… è solo training, avvicinamento, prova di trasmissione…
§ è nel sogno e il sogno ha bisogno di uscire.
Anni tredici/quattordici, prime prove nell’etere. Il cortometraggio si chiama G.
G è un ragazzo più grande di §, conosciuto per caso. Non è il ragazzo del sogno, non è il dolore, non è la musica; G non cattura le viscere, non nutre le stelle, è però carne ed ossa, è un viso da mettere a fuoco, una bugia meno bugiarda. G può essere il punto d’incontro tra le due dimensioni. § prova a disegnare la realtà con i colori dei suoi fantasmi: G diviene la scusa delle sue assenze, G sono le parole scritte, le lettere che § invia alla sua amica.
La trappola funziona: § è G che scrive, racconta dell’amore, invita a riflettere. G è il filo segreto con l’anima dell’amica, in questo filo le vibrazioni del cuore di §, le sue fantasie, ma anche uno spazio di ascolto e di comprensione per il mondo esterno. § impara, entra  un poco nella vita degli altri. § indaga l’animo umano.
Ma G è menzogna, G non esiste accanto a §. e quando la bugia si rivela, § fugge via, lontano dal mondo, nel suo altrove, nella sua musica. Tra le note il ragazzo, senza un viso definito, senza carne, senza ossa. § lo abbraccia forte. E’ bello in fondo ritornare a casa.
Core 2 della ghianda – kernel version 1.1


§ e la ghianda – raccolta di memorie sconvenienti – 1^ parte


Una serie di brevi episodi per un viaggio di ricerca senza fronzoli in cui §, protagonista a sua insaputa, viene smontata e rimontata nel tentativo di comprendere il funzionamento del sistema. Per nulla scontato il finale, dato che ancora non è stato scritto.

Un omaggio a J. Hillman e a Srcat Scrat affascinati , come §, dal potere delle ghiande.

A voi un primo assaggio, dove si narra della scoperta del primo nucleo, del core n°1

§ e la ghianda

Fu perché era una giornata di sole, perché aveva piovuto abbastanza, perché sua madre ancora una volta le aveva vomitato addosso la teoria della seconda totale perdizione della sua piccola. Fu perché di anni ne aveva quasi 45 e di quella teoria ne conosceva tutti i risvolti.
… sua madre… eccellente fucina di pensieri apocalittici farciti di banalità e battiti del cuore.

Rovesciata sul tappeto, la sigaretta nell’enorme globulo rosso che fa da posacenere, affidò alle giravolte del fumo le titubanze e scese nella ghianda.
Il gatto iniziò a trattoreggiare con aria soddisfatta.

Camera. Luce soffusa, letto singolo. Caos di libri e peluche. Una bimba nel letto, dentro la bimba un sogno, dentro il sogno un ragazzo, dentro il ragazzo un dolore, dentro il dolore molte ferite. § è il ragazzo, è il dolore. § è il coltello e la ferita.
La camera scompare: fine della prima, lunga serie di notti, ossessive ed uguali.
Core 1 della ghianda –  kernel version 1.0

Anni dieci, circa. Camera. Buio, letto singolo. Caos di libri, dischi, cassette, carte e matite. Nel letto, forse ancora per poco, una bimba. Nella bimba un sogno, nel sogno un ragazzo, nel ragazzo un dolore e una musica. § è il ragazzo, è il dolore, è la musica a cui non è permesso di uscire. § è una ragazza, è l’occhio che vede, è il testimone; § sono le mani che accarezzano, le lacrime che scorrono, le orecchie che ascoltano. § è il sorriso, la forza, la vita.
La camera si dissolve in un turbinio di note.
Core 1 della ghianda – kernel version 1.1

Anni tredici, quattordici… § è innamorata dell’amore.
Camera. Porta chiusa, finestra aperta, luce. Caos di dischi, cassette, libri, carte, matite e vestiti. § inghiottita dalle cuffie si veste di musica, sogna e balla. Dentro il sogno un ragazzo, dentro il ragazzo una musica, dentro la musica un dolore, dentro il dolore un’assenza, uno schiaffo, un rifiuto. Il dolore ha gli occhi abbassati, le linee del pavimento sono le sue strade, alla fine di ogni strada una parete. Non c’è dimora, non c’è futuro.
§ è il ragazzo, § è la musica e il dolore; in § le grida ingoiate, le città sporche, la gente che transita e si allontana. § è una ragazza, è la poesia, è lo sguardo che vede lontano.
§ è il luogo.
Core 1 della ghianda – kernel version 1.2


grazie Oriana!


Queste ironiche righe le scrissi di getto, nel 2004, dopo la pubblicazione da parte della Fallaci del libro La rabbia e l’orgoglio, che mi aveva molto indignato per i suoi contenuti razzisti.

Grazie perché finalmente anche una come me, sempre titubante di fronte ai rapporti con gli altri, sente che hai espresso i pensieri più sordidi che accompagnano tutti noi. Ora il mondo intero sa cosa noi occidentali, nei reconditi meandri oscuri dei nostri cervelli pensiamo degli islamici. Speriamo bene…

Grazie per aver dimostrato che l’essere umano può essere intriso di una sì alta sottomissione all’ideologia del comando, può bandire le sue paure viscerali e assumere come proprie quelle funzionali al sistema.
Grazie perché io, al pari di molti altri, posso esimermi dallo scavare nel mio malessere perché la causa di tutti i mali l’hai già spiegata tu, con molta chiarezza.
Grazie soprattutto perché ora che tutto è chiaro, che tutto hai già detto, finalmente forse puoi tacere. E noi potremo così dedicarci a pensare il nostro futuro senza più dover risentire le tue urla scomposte.
Grazie ancor più dunque per il tuo futuro e sperato silenzio.


Anna da 1 a 10


despiralandomi piano piano

febbraio 2004

A1: la ricerca
Succede sempre, dicono. Arriva che nemmeno te ne accorgi, scivola, si incunea, penetra e te la scopri dentro. E’ lei, la domanda, Come sia arrivata sin lì, questo fa parte della tua vita. Quando si presenti, questo  ha a che fare con la tua vita ugualmente.
La mia, di vita, è tutta dietro di me ed è tutta di fronte a me. Non c’è un preciso punto d’appoggio, non esiste un confine. Mille cose mi coinvolgono, mille cose mi pesano.
Ma non sembra un dramma. No, non lo è. Sono semplicemente avviluppata allo scorrere dei giorni mentre vorrei sedermene a fianco. O forse no, vorrei non essere posata mai. La testa gira, non sa bene che dirmi. Mi pare sia normale.
Vado verso i 40 anni, con calma, s’intende, mica ho fretta! E questo pellegrinaggio a volte mi confonde, mi trascina in terre poco note: alcune le provo, le gusto un poco, ma poi le sputo, mi danno la nausea. Dove sta l’errore?
Mica voglio sembrare una depressa, la vita mi piace, semplicemente non questa. Almeno non sempre.
E poi questo “Mamma di qui, mamma di la” …che è? E il lavoro: che palle! Qui lo dico e qui lo nego.
Pensa te che stronza sono! Desidero stare sola e quando sono sola che faccio? Penso se gli amici, quelli che sono stati a Cuba e se ne sono tornati con la scatola dei sogni un poco riempita, abbiano poi così torto: io, che vorrei un moroso/ buon padre/amico/ amante, sono qui a mani vuote e loro invece sono tutti frizzi e lazzi e sbornie e sesso e salsa e caldo e sudore. Mi sa che sbaglio qualcosa. Mi sa che la mia testa non è cresciuta poi così bene come speravo. Certo, mi dico che  l’idillio, il paradiso terreste non durerà in eterno nemmeno per loro, ma la probabilità che questo mio purgatorio duri in eterno per me a dire il vero mi preoccupa un poco.
Ma che posso fare se sono così stronza da trastullarmi con le idee, con i sogni, con i se e con i ma? Brutta bestia l’orgoglio, denti affilati, sguardo feroce. Non sfugge nulla.

La graffetta aiuto di word persiste nello sbattere le palpebre perplessa, la chiudo o non la chiudo?

A1: la ricerca
Il centro, l’assurda ricerca di un centro, di una ragione, di un senso complessivo. Perché non sono nata quando già guarderemo il mondo vedendo energia in perenne fluire? Non so mettere gli occhiali giusti, mi sembra questo l’errore. E, non contenta di sbagliare una volta, ci aggiungo anche un altro errore, una punta di saccenza: la presunzione di sapere quali siano gli occhiali giusti. Si, perché io so quali sono, a differenza degli altri. Questo penso.
Ma quanto sono arrogante, ma quanto ho bisogno di essere mandata vaffanculo! Mi mando da sola, tiè. Scema che non sei altro, arrogante e supponente!
L’umiltà, ecco mi manca l’umiltà: lo scendere, il frugare nella terra scura, lo sporcarsi le mani, lo scavare.

A2: la mamma
La sveglia mi getta dal letto alle sette meno un quarto, guardo fuori e nevica. Fantastico! Sono giorni che la desidero. L’ allegria di bambina mi carica: faccio colazione svelta, preparo i vestiti puliti per Giacomo e poi, felice, mi avvicino e cerco di accompagnarlo nel mondo terreno con dolcezza. Bacio, bacino e coccola. “Nevica!” gli dico. Tremando, come fa ogni mattina d’inverno s-ciabatta sino in cucina dove, come ogni mattina d’inverno, primavera, autunno ed estate, mi costringe a passare in rassegna tutto ciò che la dispensa può offrire per la colazione prima che lui si decida, con poca convinzione, a dirmi “Latte e biscotti”.  Il suo menù mattutino infatti spazia da questo al latte con i fiocchi, ma non si sa mai… Guardiamo fuori: piove. Merda! Vabbè, faremo lo stesso anche oggi.
Dopo aver scansato, con un abile passo lungo, la pipì di Camilla, che piscia due volte fuori e una dentro la sua vaschetta, oltrepassiamo la soglia che divide il mondo della casa gialla dal mondo di fuori. In macchina musica balcanica.  Saltelliamo entrambi, contenti anche se piove a dirotto. Imbocco la transcollinare che ci porta a scuola. A Sarson il semaforo è rosso, come ogni santa mattina, e davanti a noi ancora una volta c’è il furgone scoppientate di TEMPERATO, FRIGORIFERI INDUSTRIALI. Ci ridiamo su, le piccole cose ci confermano che tutto procede sulla giusta strada: nemmeno oggi ci sarà la rivoluzione.

A3: la maestra
“Ciao, maestra. Lo sai che oggi viene Valentina a cena da me?”.
In piedi, in cerchio, mano nella mano, come ogni mattina ripetiamo il nostro rituale e, ad alta voce, diciamo il nostro personale impegno, poi iniziamo. “Maestra, lo sai che ieri sera mio papà si è spogliato tutto nudo e mi ha detto di contargli i coriandoli nelle mutande. Io gli ho risposto che erano una montagna e lui ha detto ‘Sapranno un buon profumino!’” risate di tutta la classe. Chissà mio figlio in classe sua cosa racconta di noi, penso divertita e leggermente preoccupata.
Passiamo a correggere i compiti di matematica che Giorgio non ha fatto, Giulia ha sbagliato, Claudia non aveva capito, Beatrice ha svolto in due secondi e a Leonardo sono costati tutto il pomeriggio di lavoro.
Per tagliare l’aria ci infiliamo gli occhiali della storia, quelli rossi e quadrati che ci portano indietro nel tempo. Ci fermiamo nel Paleolitico,  da dove, a passi lenti, stiamo proseguendo verso di noi, verso l’homo sapiens sapiens. E come no! Eccoci dunque poco più che scimmioni, in grado di articolare a malapena qualche suono dotato di significato, ma fondamentalmente animali. Li sento molto vicini questi erectus.
Leonardo sostiene che anche lui a casa ha delle amigdale e che con esse si è fabbricato delle frecce. Magari puoi andare a caccia di cinghiali, gli suggerisce Andrea. Siamo sulla buona via dunque! In breve tempo arriveremo ai Neandertal. E in effetti, fuori, i segni di una glaciazione non mancano: ricomincia a nevicare, un vento forte forma mulinelli di fiocchi bianchi, i rami dei cedri si contorcono e sembrano spezzarsi.

A4: la politica
Settimana di mobilitazione contro il muro che Israele sta costruendo occupando per la seconda volta il suolo Palestinese. Giovedì sera, riunione di preparazione dell’iniziativa in piazza. Manca il testo della petizione che scriverò sabato; servono dei contrappesi per fermare i pannelli per la mostra, ci sono le ultime locandine da portare in giro, devo ricordarmi di mandare l’e-mail al Forum Palestina, Gabriele non sono riuscita a beccarlo, forse è diventato nonno proprio in questi giorni. Bisogna assolutamente accordarsi con Silvia per la televisione e il video. Il generatorino silenziato  passo a prenderlo direttamente domenica, mi ricorderò di fare benzina nella tanica? Farà un freddo cane in piazza. Poco male, c’è chi sta peggio no? Gli scatoloni del materiale chi li ha? Io no, Bianca nemmeno, Silvia neanche. Ah, forse Walter. Si, pare li abbia lui. La mostra invece ce l’ho io. Si, lo striscione lo scriviamo direttamente in piazza, mi piace lavorare sul posto E il muro di scatoloni fa sempre un bell’effetto. Tutto ok, ci sentiamo domenica. Ah, si il tavolo per posare la tv chi lo porta? E l’autorizzazione chi ce l’ha?

A2: la mamma
“Ascolta, patti chiari amicizia lunga. Se vuoi andare a Cortina a sciare quattro giorni con papà devi fare i compiti oggi pomeriggio.”
“Tutti?”
“Si, tutti”
“Perché?”
“Perché quando torni sarai stanco morto e per la mattina dopo devono essere pronti. Chiaro?”
“Uffa!!!”
“E niente uffa, se ti ci metti d’impegno in poco tempo li hai finiti”.
“Ma tu mi prometti che ti siedi vicino a me finchè li faccio”:
“D’accordo”.
“Finiti i compiti prepariamo la borsa e poi ti lavi”
“E la merenda?”
“Dopo la doccia farai merenda”
“Ma ho fame adesso”
“Ma se abbiamo appena finito di mangiare!”
“Mamma, posso giocare un po’ prima di fare i compiti’”
“Si, però quando ti chiamo vieni senza sbuffare, d’accordo?
“SI”
…….
“Giacomo, vieni a fare i compiti”
“Uffa, proprio adesso?? Ancora un pochino…”
Ecco, tutto come volevasi dimostrare. A che età si possono fare i patti con i propri figli?

A5: la studente
Ma perché cazzo mi sono inscritta ancora all’Università!? Sabato e domenica la sveglia mi tormenta ancora una volta alle sette. Tutto l’universo dorme e io nel buio inverno arranco, trangugio un caffè e, ancora prima di appostarmi di fronte agli undici tomi del mio prossimo esame, pazientemente ridotti ad un centinaio di fogli scritti a mano, mi assale un dubbio atroce: che cosa cavolo è la realtà oggettiva di un idea in quella mente contorta, in bilico tra due mondi, di Cartesio? Trovo negli appunti: realtà oggettiva di un’idea = l’idea rappresentata in quanto rappresentata, mentre la realtà formale è l’idea in quanto realtà . La nebbia è totale. Riprendo il Geymonat, qualche spiraglio sembra esserci. Proseguo imperterrita fino alle dieci e mezza. Hume mi riconcilia un poco con il mio pensiero, in fondo non tutto è così categorico, la ragione senza l’esperienza non si regge in piedi e già l’esperienza è poca cosa. Respiro un ‘aria più realistica, posso guardare la mia vita come ho sempre fatto. Mi sento molto humiana in alcuni momenti.
Un caffè forte  e una sigaretta prima di cominciare a ripassare Kant, di tutti il più tosto. Chissà forse le prossime generazioni potrebbero nascere con un ‘idea trascendentale sull’interpretazione  da dare a Kant stesso: sarebbe tutto più semplice. TU DEVI, mi dico. Tu devi, non per il voto o perché hai già pagato le tasse o perché ormai mancano due giorni o semplicemente perché farei una figura da culo se mollassi ora. No, tu devi perché così vorresti facessero tutti, perché devi agire come se la tua massima potesse divenire legislazione universale. Deglutisco. Il mio esame è dunque una questione altamente morale. Se non continuo rischio di non potermi più guardare dritta negli occhi. Con abnegazione allora persevero, supero Kant e, finalmente, approdo a Nietzsche…che folata d’aria fresca! Balle. Dunque Kant raccontava balle. E io che quasi ci cascavo come una scema! Macchè devi e devi…IO VOGLIO, ecco la potenza! Voglio liberarmi dalle catene che mi stringono, dagli infiniti laccioli di questa giornata. In montagna c’è la neve, gli scarponi sono già in macchina…ed invece resto incollata alla scomoda sedia della cucina, alla tavola sommersa dai libri. L’uomo nuovo ancora deve fare capolino, sono ancora impantanata nel vecchio mondo kantiano. Merda!
Dopo una seconda sigaretta arrivo a Freud, il grande vecchio. Ecco cos’era quel ‘tu devi’ che mi ha tenuto immobile a scapito della mia povera chiappa destra che ormai è semi paralizzata! Il super-io, la severa moralità, il controllo interiore. Quale triste destino!

A6: la donna di casa
Pausa pulizie. La camera è un cesso. Il tappeto offre uno spettacolo variopinto: calzini miei e di Giacomo, mutande, un topolino finto ridotto a brandelli, piume d’oca fuoriuscite dal piumino del letto, quattro o cinque geomag, un pirata playmobil e dulcis in fundo l’acchiappasogni indiano che le gatte hanno tolto dal muro e trasportato sino a terra. Forse hanno avuto degli incubi stanotte e volevano tenerselo accanto. Stanotte però, perché ora stanno placidamente ronfando sopra al letto, ovviamente non sopra al loro lenzuolino, ma giusto con il sedere appoggiato al mio cuscino. Mi armo di pazienza ed inizio. Penso di fare una lavatrice, dato che portando le mutande sporche al loro posto vedo che il cesto è colmo, la lavatrice però e piena di bucato giallo così scendo a prendere la bacinella. Vedo che piove e dunque è inutile stendere fuori, raccolgo i panni bagnati e li porto sullo stendino in bagno che però è già occupato da una precedente lavatrice di bucato scuro, ormai asciutto. Inizio ad innervosirmi, ma resisto e piego con cura tutto per portarlo in camera. Di stirare adesso non ci penso nemmeno. Appoggio il mucchio sopra ad un altro  enorme mucchio e prego affinché  tutta la torre stia in equilibrio. Stendo la roba gialla e poi riempio la lavatrice di biancheria bianca.
La camera ha ancora un aspetto poco invogliante. Raccolgo i giochi di Giacomo e mi arrischio ad entrare in camera sua: scansando con attenzione peluches in marcia, macchine in fila per andare non si sa dove, aerei spaziali con i missili puntati e bilie: con estrema fortuna riesco a posare il pirata e le calamite. Richiudo subito la porta per non vedere oltre.
Prendo con decisione il bidone aspiratutto, caccio le gatte dal cuscino, sbatto le coperte e accendo la macchina dirigendo il tubo con decisione sotto al letto. All’improvviso un sibilo mi avvisa che qualcosa che non doveva è stato risucchiato. Spengo. Smonto i tubi e ne esce il secondo topolino dei gatti, quello grigio senza coda. Mi sembra di non finire mai. Riaccendo, un secondo intoppo, forse una bilia, decido di fregarmene e continuo. Le gatte aspettano impazienti per tornare a dormire sul letto, le invidio ancora una volta.
Terminata la lotta con la polvere e gli oggetti vaganti non ho più voglia di continuare a mettere in ordine, me ne frego del tu devi, da qualunque parte esso provenga: dal super-io o dalle remote terre della metafisica trascendentale. Vado in cucina e mangio un kiwi, con il cucchiaino, come Antonella.

A7: la meditativa
Finalmente un po’ di pace! Giacomo dal papà, la camera in ordine, la cassettina dei gatti pulita, le telefonate fatte. Tiro fuori dall’armadio il cuscino per lo zazen, stendo la coperta e delicatamente ve lo appoggio sopra. Scelgo con cura l’incenso da accendere, stacco il telefono, mi tolgo le ciabatte. Mi inchino al muro e al letto. Mi siedo e incrocio le gambe. Mi inchino nuovamente al muro e nel fare questo il ginocchio sinistro mi inoltra una spiacevole sensazione di bagnato; mio malgrado approfondisco la questione e scopro che è poggiato esattamente al centro di una grande pisciata di Camilla. Anche la coperta è tutta intrisa e ora sento anche la puzza, che mi pare tremenda. So che sarebbe molto saggio riderci sopra, ma non mi riesce proprio spontaneamente. Evito di guardare nella direzione di Camilla e, assicuratami che il cuscino sia salvo, getto il resto in lavanderia, preparo il moccio, lavo il pavimento, mi spoglio, mi lavo il ginocchio. Niente zazen per oggi. O meglio questa mia giornata mi sembra una sessione intensiva di zazen, un ritiro che mi coglie un po’ alla sprovvista.

A8: l’ex moglie
“Ma dai, siete separati? Da come parli e da come ne parla Giacomo non lo avrei mai detto!”
“Si, ormai sono tre anni abbondanti, ma andiamo d’accordo, ci vogliamo bene. Ci vediamo forse più adesso che non prima.”
“Beh, questo è l’importante. Soprattutto è importante non giocare con i figli, far sentire loro che si può stare bene lo stesso”
“Già, questo mi pare lo stiamo facendo bene. Pensa che almeno tre volte la settimana mangiamo assieme e poi siamo fondamentalmente d’accordo sul come fare con Giacomo”

Già, e perché cazzo ci siamo separati allora? Mi chiedo titubante.

A9: la tecnologica
Rincoglionimento allo stato puro: un pomeriggio buttato a giocare a pinball sul computer nel tentativo di battere il mio stesso record. Camilla guarda sonnacchiosa la pallina che scorre e le lucette che sia accendono e si spengono. Tre ore buttate perché il record non l’ho superato. In compenso però sono migliorata di molto nel prato fiorito! Quello che una volta si chiamava campo minato e che ora, forse perché dopo l’Afghanistan le mine non è bene metterle ancora in scena, è diventato un prato fiorito! Ma se sbagli salti per aria lo stesso. E se giochi troppo ti si spappola il cervello.

A8: l’ex moglie
A dire il vero ora rammento alcune ragioni che mi hanno portato via dalla “famiglia felice” che sembravamo essere. Una per tutte: non avevo alcuna intenzione di essere madre anche della mia metà. Passino i pannolini sporchi, le notti quasi insonni, le pappe da preparare. Ma perché mai avrei dovuto raccogliere le mutande sporche anche di L.? Era proprio il mio destino finire nevrotica, frustrata, isterica per mandare avanti la baracca mentre si permetteva di innervosirsi anche solo al sentir nominare che c’erano le bollette da pagare o la spesa da fare o il bagno da pulire? Non parliamo poi di quando tornava a casa dal lavoro: stremato come se avesse lavorato in miniera.
Ecco dunque la solita storia, mi dicevo, delle donne che svolgono un  triplo lavoro  che non viene loro riconosciuto.
Possibile che alcuni uomini siano dotati nel corredo genetico di spessi filtri oculari che gli impediscono di vedere le incombenze relative alla gestione familiare? E che, sempre nel patrimonio ancestrale maschile, vi sia un germe di egoismo che impedisce loro di mettersi, anche per poco, nei panni di un altro?
E sì che il mio compagno era un uomo progressista, un comunista, un rivoluzionario! Che tristezza!

A10: la figlia

“Pronto? Ah, ciao mamma, come va? Brutta giornata? Si, capisco che questo tempo non facilita l’allegria. Io bene, si anche Giacomo, si sono partiti un’oretta fa. Si, gli ho detto di chiamarmi quando arrivano. Si, sono andati con la mia macchina che ha le gomme termiche. No, senti, mi sembra esagerato che io ti chiami quando mi telefonano, facciamo che se non senti niente vuol dire che va tutto bene, ok? Si, gli ho dato da vestire, si tanto, si lo so che farà freddo. No, domani non posso perché sono a pranzo da Roberta e domenica ho a pranzo Walter perché poi abbiamo un’iniziativa in piazza per la Palestina. No, cercherò di non prendere freddo. Si, mi vestirò bene. No, non è niente di pericoloso. Senti, magari ti telefono per domenica sera. Si, va bene, se non resisti telefonami pure domani così ti dico come stanno. Ciao, buonanotte”.
Di mamma in mamma, le preoccupazioni sono le stesse. Che tenerezza!