"We do not see the things as they are, we see the things as WE are." Anais Nin

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Bene, ho infilato gli scarponi anche quest’oggi. Ancora quelli invernali, nuovi, pesanti.  Vado. Mi alleno a tenerti a distanza. Percorro il sentiero che porta alla cima, mi appoggio al pensiero di affacciarmi sul vuoto e seguire il profilo dei monti là dietro, lo spazio infinito che appare d’incanto.
Passo…passo…passo…passo…passo…
Passi regolari. Mi sforzo di calmare il respiro. Lo sguardo abbassato, incollato al terreno, sulle pietre chiazzate di neve. Nessuna sosta. Ho bisogno di questa fatica, di questo sudore. Ho bisogno di credere che ci posso arrivare, che sono capace di guardare lontano.
Scopro per terra piccole tracce, impronte di esseri di altra natura, i timidi avanzi di un pasto invernale; sorrido al pensiero di quello scoiattolo, di quel capriolo; per un poco mi lascio scaldare.
Riprendo la conta, un mantra mentale di asettici numeri che tengo ben saldo per svuotarmi di te. E’ lungo il cammino, lo sai bene anche tu.
E adesso fingiamo di avere mille cose da fare, di non avere più niente da dire. Qualche  frase di poche parole, scelte con cura dal repertorio dei giorni qualunque, per non ferire, per non crollare, per stare vicini senza morire di nuovo. Piccole gioie incartate di nulla, che apriamo soltanto quando siamo lontani. Affondo le mani e il volto nella neve. Mescolo le lacrime a quest’acqua caduta dal cielo,meno salata, più salutare. Passo…passo…passo…passo…passo…
Respiro profondo. Mi costringo a seguire un ritmo non mio. Mi concentro sul sole di questa giornata, sulle gemme degli elastici mughi, sul contrasto di verdi, sul gioco di luci. Lascio nel manto invernale orme che presto saranno disciolte, confuse nell’erba di una nuova stagione. Di questo mio andare segreto, nessuno, tra un po’ potrà scoprirne la meta, solo gli alberi muti e quel rapace lassù. Ma non c’è da temere, hanno altro da fare.
Manca poco alla cima. Ancora due passi, due solamente ed ecco che gli occhi si aprono al mondo. Mi scopro a guardare, senza volerlo, nella tua direzione, ben oltre quei monti che posso vedere, al di là di quei muri che proviamo ad alzare. Mi siedo, sull’erba bruciata,  sopravvissuta all’inverno, sull’orlo di un vuoto che toglie il respiro. Apro lo zaino, cercando del cibo, lo svuoto di tutto… ma tu non ci sei.
La stanchezza mi coglie con la mente rapita, con lo stomaco vuoto. Sdraiata, chiamo piano il tuo nome, fingo che il vento mi porti risposta, parole gentili come tu mi sai dire. D’improvviso mi chiudo e provo a dormire. Le nuvole intanto oscurano il sole, rubando il calore che trattengo nel sonno.
La pioggia mi sveglia, col suo umido abbraccio rapisce i fantasmi, respiro profondo, più volte, aggiungo al vento che viene un poco di amaro. Poi riprendo il cammino. Me ne torno a valle.
Il mondo condensato in un unico pensiero, niente più appigli né mantra mentali…solo una corsa giù per il bosco, tagliando il sentiero, cadendo felice in mezzo alla neve, lasciando il comando interamente ai miei piedi, alle gambe, a questo mio fragile umore. Corro da te, dalle nostre sfumate parole che sanno di buono, da quei piccoli dolci che continuiamo a scartare incuranti del loro impossibile e folle colore.

in qualche momento nel mese di marzo

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