"We do not see the things as they are, we see the things as WE are." Anais Nin

superwomen


Qualche riga appena, per me e per tutte le donne attorno a me che hanno scelto, o stanno provando, abiti umani.

Capita a volte che i nostri poteri, inventati giorno per giorno, improvvisati nel sopravvivere quotidiano, perdano d’un tratto la loro forza: quelle soluzioni incredibili che fino a poco prima erano il nostro sostegno, quell’istinto animale che ci portava a scegliere i giusti ingredienti sembrano improvvisamente svanire. Gli dei ci hanno abbandonato… tutto è così umano, terribilmente fragile… noi stessi solo un semplice pugno di polvere, granelli sparsi di materia a prima vista inutile, residuo di un’altra vita ormai lontana.
Niente più calzari alati, corazze impenetrabili, alabarde spaziali o spade laser. Niente tutine aderenti, razzo-stivali, attivatori di campi energetici e pastiglie clonanti.
Così dopo anni di intensa attività, dopo aver resistito all’esplosione di innumerevoli mondi, dopo aver viaggiato alla velocità della luce cercando di schivare meteoriti e proiettili, dopo giorni lunghi sempre di guerre interstellari, dopo mesi eterni di scorribande  spaziali, ecco che nulla funziona più. Imbocchiamo i varchi temporali sbagliati e ci troviamo sempre altrove, pigiamo bottoni alla rinfusa, dimentichiamo di comunicare la rotta alla base.
Superdonne per necessità, siamo state incastrate. Chi ha detto che la tutina aderente e i razzo-stivali sono ciò che avremmo scelto se solo avessimo potuto? Chi ci ha infilato queste armi nella mano e insegnato a sparare? Chi ci ha spedito in prima linea su ogni fronte possibile costringendoci a vivere duplicati di noi stesse mentre intanto da lontano si misurava la nostra resistenza?
Tutti e nessuno. Se puntiamo il dito, puntiamolo anche contro di noi che per anni abbiamo nutrito un solo membro dell’equipaggio, credendo senza riserve alle istruzioni ricevute che volevano un unico capitano, un eroe, sempre vigile e reattivo, performante, spigliato e infallibile. E noi, diligenti, gli abbiamo consegnato il potere, lo abbiamo vestito di tutto punto e messo alla consolle confinando gli altri al silenzio. Siamo state per troppo a lungo donne tutte d’un pezzo, proiettate nello spazio/tempo dell’efficienza a tutti i costi.
E’ tempo ora di ripiegare le tutine scintillanti, di appendere i mantelli, di riporre i calzari alati. E’ tempo di indossare i semplici abiti umani, di aprire le porte all’intero equipaggio, di lasciare al comandante il suo meritato riposo e senza troppa vergogna, con un po’ di sana indulgenza lasciare le rotte spaziali per camminare, lentamente,  sulla terra.
Abbandonare la gara per guadagnare la vita… non mi sembra una strategia perdente…

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