"We do not see the things as they are, we see the things as WE are." Anais Nin

donna per caso


C’era un tempo in cui non sapevo di essere donna. Portavo grandi occhiali, di moderna fattura, dalle lenti brillanti e dal contorno deciso. Li avevo comprati spendendo parecchio, li trovavo leggeri, funzionali al mio scopo; mi sembravano adatti, strumenti perfetti con cui evitare ogni sorta di inganno. Li tergevo con cura ogni santa mattina, li posavo la sera accanto al cuscino.  Sicura, mi aggiravo nel mondo, senza accorgermi di quanto perdevo.
C’era un tempo in cui non sentivo davvero di avere una pelle che freme. Indossavo abiti originali, tagliati con zelo, sempre un po’ troppo pesanti per sentire addosso il calore del sole. Orgogliosa, mi cambiavo ogni giorno, inventavo la moda, ma il sarto che ero si avvaleva di un manichino soltanto; così quei vestiti, seppur sempre nuovi, portavano appresso misure non vere.
C’era un tempo in cui non credevo di potermi spogliare. Toglievo il cappotto e sentivo già freddo. Mi appesantivo di calde bevande e stazionavo per ore davanti alla stufa. Mi sembrava che il sangue fosse un danno e una beffa, gli bloccavo la strada, volevo cambiarne la densità e perfino il colore: quella rossa sostanza mal si addiceva al mio stare sospesa, all’essere sempre al di là di ogni cosa.
C’era un tempo in cui non osavo lasciarmi cadere. Vivevo in città con palazzi squadrati, dalle semplici linee, dai puliti profili, dalle nude facciate. Per le strade affollate sfrecciavo veloce, nessun dubbio agli incroci, nessun timore di scontri. Viaggiavo su trampoli ben costruiti, saldati ai miei piedi con forti collanti; sfioravo la terra soltanto per sbaglio, mai troppo felice di questo contatto, mai troppo sicura di saper risalire.
C’era un tempo in cui mi guardavo di striscio. Mi incontravo ogni tanto e spesso pensavo che quel riflesso leggero fosse un fascio di luce; mi tenevo lontana, osservavo distratta, per nulla convinta della realtà delle cose. Vedevo quell’essere fatto di aria fluttuare nel cielo di mondi diversi, posarsi talvolta sopra corpi animati, lasciarsi acciuffare ma solo per poco. Mi stupivo del suo stare sereno, di come riusciva a donarsi per gioco, senza esser presente, senza metter radici.
C’era un tempo in cui ero donna per caso.

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