"We do not see the things as they are, we see the things as WE are." Anais Nin

Anna da 1 a 10


despiralandomi piano piano

febbraio 2004

A1: la ricerca
Succede sempre, dicono. Arriva che nemmeno te ne accorgi, scivola, si incunea, penetra e te la scopri dentro. E’ lei, la domanda, Come sia arrivata sin lì, questo fa parte della tua vita. Quando si presenti, questo  ha a che fare con la tua vita ugualmente.
La mia, di vita, è tutta dietro di me ed è tutta di fronte a me. Non c’è un preciso punto d’appoggio, non esiste un confine. Mille cose mi coinvolgono, mille cose mi pesano.
Ma non sembra un dramma. No, non lo è. Sono semplicemente avviluppata allo scorrere dei giorni mentre vorrei sedermene a fianco. O forse no, vorrei non essere posata mai. La testa gira, non sa bene che dirmi. Mi pare sia normale.
Vado verso i 40 anni, con calma, s’intende, mica ho fretta! E questo pellegrinaggio a volte mi confonde, mi trascina in terre poco note: alcune le provo, le gusto un poco, ma poi le sputo, mi danno la nausea. Dove sta l’errore?
Mica voglio sembrare una depressa, la vita mi piace, semplicemente non questa. Almeno non sempre.
E poi questo “Mamma di qui, mamma di la” …che è? E il lavoro: che palle! Qui lo dico e qui lo nego.
Pensa te che stronza sono! Desidero stare sola e quando sono sola che faccio? Penso se gli amici, quelli che sono stati a Cuba e se ne sono tornati con la scatola dei sogni un poco riempita, abbiano poi così torto: io, che vorrei un moroso/ buon padre/amico/ amante, sono qui a mani vuote e loro invece sono tutti frizzi e lazzi e sbornie e sesso e salsa e caldo e sudore. Mi sa che sbaglio qualcosa. Mi sa che la mia testa non è cresciuta poi così bene come speravo. Certo, mi dico che  l’idillio, il paradiso terreste non durerà in eterno nemmeno per loro, ma la probabilità che questo mio purgatorio duri in eterno per me a dire il vero mi preoccupa un poco.
Ma che posso fare se sono così stronza da trastullarmi con le idee, con i sogni, con i se e con i ma? Brutta bestia l’orgoglio, denti affilati, sguardo feroce. Non sfugge nulla.

La graffetta aiuto di word persiste nello sbattere le palpebre perplessa, la chiudo o non la chiudo?

A1: la ricerca
Il centro, l’assurda ricerca di un centro, di una ragione, di un senso complessivo. Perché non sono nata quando già guarderemo il mondo vedendo energia in perenne fluire? Non so mettere gli occhiali giusti, mi sembra questo l’errore. E, non contenta di sbagliare una volta, ci aggiungo anche un altro errore, una punta di saccenza: la presunzione di sapere quali siano gli occhiali giusti. Si, perché io so quali sono, a differenza degli altri. Questo penso.
Ma quanto sono arrogante, ma quanto ho bisogno di essere mandata vaffanculo! Mi mando da sola, tiè. Scema che non sei altro, arrogante e supponente!
L’umiltà, ecco mi manca l’umiltà: lo scendere, il frugare nella terra scura, lo sporcarsi le mani, lo scavare.

A2: la mamma
La sveglia mi getta dal letto alle sette meno un quarto, guardo fuori e nevica. Fantastico! Sono giorni che la desidero. L’ allegria di bambina mi carica: faccio colazione svelta, preparo i vestiti puliti per Giacomo e poi, felice, mi avvicino e cerco di accompagnarlo nel mondo terreno con dolcezza. Bacio, bacino e coccola. “Nevica!” gli dico. Tremando, come fa ogni mattina d’inverno s-ciabatta sino in cucina dove, come ogni mattina d’inverno, primavera, autunno ed estate, mi costringe a passare in rassegna tutto ciò che la dispensa può offrire per la colazione prima che lui si decida, con poca convinzione, a dirmi “Latte e biscotti”.  Il suo menù mattutino infatti spazia da questo al latte con i fiocchi, ma non si sa mai… Guardiamo fuori: piove. Merda! Vabbè, faremo lo stesso anche oggi.
Dopo aver scansato, con un abile passo lungo, la pipì di Camilla, che piscia due volte fuori e una dentro la sua vaschetta, oltrepassiamo la soglia che divide il mondo della casa gialla dal mondo di fuori. In macchina musica balcanica.  Saltelliamo entrambi, contenti anche se piove a dirotto. Imbocco la transcollinare che ci porta a scuola. A Sarson il semaforo è rosso, come ogni santa mattina, e davanti a noi ancora una volta c’è il furgone scoppientate di TEMPERATO, FRIGORIFERI INDUSTRIALI. Ci ridiamo su, le piccole cose ci confermano che tutto procede sulla giusta strada: nemmeno oggi ci sarà la rivoluzione.

A3: la maestra
“Ciao, maestra. Lo sai che oggi viene Valentina a cena da me?”.
In piedi, in cerchio, mano nella mano, come ogni mattina ripetiamo il nostro rituale e, ad alta voce, diciamo il nostro personale impegno, poi iniziamo. “Maestra, lo sai che ieri sera mio papà si è spogliato tutto nudo e mi ha detto di contargli i coriandoli nelle mutande. Io gli ho risposto che erano una montagna e lui ha detto ‘Sapranno un buon profumino!’” risate di tutta la classe. Chissà mio figlio in classe sua cosa racconta di noi, penso divertita e leggermente preoccupata.
Passiamo a correggere i compiti di matematica che Giorgio non ha fatto, Giulia ha sbagliato, Claudia non aveva capito, Beatrice ha svolto in due secondi e a Leonardo sono costati tutto il pomeriggio di lavoro.
Per tagliare l’aria ci infiliamo gli occhiali della storia, quelli rossi e quadrati che ci portano indietro nel tempo. Ci fermiamo nel Paleolitico,  da dove, a passi lenti, stiamo proseguendo verso di noi, verso l’homo sapiens sapiens. E come no! Eccoci dunque poco più che scimmioni, in grado di articolare a malapena qualche suono dotato di significato, ma fondamentalmente animali. Li sento molto vicini questi erectus.
Leonardo sostiene che anche lui a casa ha delle amigdale e che con esse si è fabbricato delle frecce. Magari puoi andare a caccia di cinghiali, gli suggerisce Andrea. Siamo sulla buona via dunque! In breve tempo arriveremo ai Neandertal. E in effetti, fuori, i segni di una glaciazione non mancano: ricomincia a nevicare, un vento forte forma mulinelli di fiocchi bianchi, i rami dei cedri si contorcono e sembrano spezzarsi.

A4: la politica
Settimana di mobilitazione contro il muro che Israele sta costruendo occupando per la seconda volta il suolo Palestinese. Giovedì sera, riunione di preparazione dell’iniziativa in piazza. Manca il testo della petizione che scriverò sabato; servono dei contrappesi per fermare i pannelli per la mostra, ci sono le ultime locandine da portare in giro, devo ricordarmi di mandare l’e-mail al Forum Palestina, Gabriele non sono riuscita a beccarlo, forse è diventato nonno proprio in questi giorni. Bisogna assolutamente accordarsi con Silvia per la televisione e il video. Il generatorino silenziato  passo a prenderlo direttamente domenica, mi ricorderò di fare benzina nella tanica? Farà un freddo cane in piazza. Poco male, c’è chi sta peggio no? Gli scatoloni del materiale chi li ha? Io no, Bianca nemmeno, Silvia neanche. Ah, forse Walter. Si, pare li abbia lui. La mostra invece ce l’ho io. Si, lo striscione lo scriviamo direttamente in piazza, mi piace lavorare sul posto E il muro di scatoloni fa sempre un bell’effetto. Tutto ok, ci sentiamo domenica. Ah, si il tavolo per posare la tv chi lo porta? E l’autorizzazione chi ce l’ha?

A2: la mamma
“Ascolta, patti chiari amicizia lunga. Se vuoi andare a Cortina a sciare quattro giorni con papà devi fare i compiti oggi pomeriggio.”
“Tutti?”
“Si, tutti”
“Perché?”
“Perché quando torni sarai stanco morto e per la mattina dopo devono essere pronti. Chiaro?”
“Uffa!!!”
“E niente uffa, se ti ci metti d’impegno in poco tempo li hai finiti”.
“Ma tu mi prometti che ti siedi vicino a me finchè li faccio”:
“D’accordo”.
“Finiti i compiti prepariamo la borsa e poi ti lavi”
“E la merenda?”
“Dopo la doccia farai merenda”
“Ma ho fame adesso”
“Ma se abbiamo appena finito di mangiare!”
“Mamma, posso giocare un po’ prima di fare i compiti’”
“Si, però quando ti chiamo vieni senza sbuffare, d’accordo?
“SI”
…….
“Giacomo, vieni a fare i compiti”
“Uffa, proprio adesso?? Ancora un pochino…”
Ecco, tutto come volevasi dimostrare. A che età si possono fare i patti con i propri figli?

A5: la studente
Ma perché cazzo mi sono inscritta ancora all’Università!? Sabato e domenica la sveglia mi tormenta ancora una volta alle sette. Tutto l’universo dorme e io nel buio inverno arranco, trangugio un caffè e, ancora prima di appostarmi di fronte agli undici tomi del mio prossimo esame, pazientemente ridotti ad un centinaio di fogli scritti a mano, mi assale un dubbio atroce: che cosa cavolo è la realtà oggettiva di un idea in quella mente contorta, in bilico tra due mondi, di Cartesio? Trovo negli appunti: realtà oggettiva di un’idea = l’idea rappresentata in quanto rappresentata, mentre la realtà formale è l’idea in quanto realtà . La nebbia è totale. Riprendo il Geymonat, qualche spiraglio sembra esserci. Proseguo imperterrita fino alle dieci e mezza. Hume mi riconcilia un poco con il mio pensiero, in fondo non tutto è così categorico, la ragione senza l’esperienza non si regge in piedi e già l’esperienza è poca cosa. Respiro un ‘aria più realistica, posso guardare la mia vita come ho sempre fatto. Mi sento molto humiana in alcuni momenti.
Un caffè forte  e una sigaretta prima di cominciare a ripassare Kant, di tutti il più tosto. Chissà forse le prossime generazioni potrebbero nascere con un ‘idea trascendentale sull’interpretazione  da dare a Kant stesso: sarebbe tutto più semplice. TU DEVI, mi dico. Tu devi, non per il voto o perché hai già pagato le tasse o perché ormai mancano due giorni o semplicemente perché farei una figura da culo se mollassi ora. No, tu devi perché così vorresti facessero tutti, perché devi agire come se la tua massima potesse divenire legislazione universale. Deglutisco. Il mio esame è dunque una questione altamente morale. Se non continuo rischio di non potermi più guardare dritta negli occhi. Con abnegazione allora persevero, supero Kant e, finalmente, approdo a Nietzsche…che folata d’aria fresca! Balle. Dunque Kant raccontava balle. E io che quasi ci cascavo come una scema! Macchè devi e devi…IO VOGLIO, ecco la potenza! Voglio liberarmi dalle catene che mi stringono, dagli infiniti laccioli di questa giornata. In montagna c’è la neve, gli scarponi sono già in macchina…ed invece resto incollata alla scomoda sedia della cucina, alla tavola sommersa dai libri. L’uomo nuovo ancora deve fare capolino, sono ancora impantanata nel vecchio mondo kantiano. Merda!
Dopo una seconda sigaretta arrivo a Freud, il grande vecchio. Ecco cos’era quel ‘tu devi’ che mi ha tenuto immobile a scapito della mia povera chiappa destra che ormai è semi paralizzata! Il super-io, la severa moralità, il controllo interiore. Quale triste destino!

A6: la donna di casa
Pausa pulizie. La camera è un cesso. Il tappeto offre uno spettacolo variopinto: calzini miei e di Giacomo, mutande, un topolino finto ridotto a brandelli, piume d’oca fuoriuscite dal piumino del letto, quattro o cinque geomag, un pirata playmobil e dulcis in fundo l’acchiappasogni indiano che le gatte hanno tolto dal muro e trasportato sino a terra. Forse hanno avuto degli incubi stanotte e volevano tenerselo accanto. Stanotte però, perché ora stanno placidamente ronfando sopra al letto, ovviamente non sopra al loro lenzuolino, ma giusto con il sedere appoggiato al mio cuscino. Mi armo di pazienza ed inizio. Penso di fare una lavatrice, dato che portando le mutande sporche al loro posto vedo che il cesto è colmo, la lavatrice però e piena di bucato giallo così scendo a prendere la bacinella. Vedo che piove e dunque è inutile stendere fuori, raccolgo i panni bagnati e li porto sullo stendino in bagno che però è già occupato da una precedente lavatrice di bucato scuro, ormai asciutto. Inizio ad innervosirmi, ma resisto e piego con cura tutto per portarlo in camera. Di stirare adesso non ci penso nemmeno. Appoggio il mucchio sopra ad un altro  enorme mucchio e prego affinché  tutta la torre stia in equilibrio. Stendo la roba gialla e poi riempio la lavatrice di biancheria bianca.
La camera ha ancora un aspetto poco invogliante. Raccolgo i giochi di Giacomo e mi arrischio ad entrare in camera sua: scansando con attenzione peluches in marcia, macchine in fila per andare non si sa dove, aerei spaziali con i missili puntati e bilie: con estrema fortuna riesco a posare il pirata e le calamite. Richiudo subito la porta per non vedere oltre.
Prendo con decisione il bidone aspiratutto, caccio le gatte dal cuscino, sbatto le coperte e accendo la macchina dirigendo il tubo con decisione sotto al letto. All’improvviso un sibilo mi avvisa che qualcosa che non doveva è stato risucchiato. Spengo. Smonto i tubi e ne esce il secondo topolino dei gatti, quello grigio senza coda. Mi sembra di non finire mai. Riaccendo, un secondo intoppo, forse una bilia, decido di fregarmene e continuo. Le gatte aspettano impazienti per tornare a dormire sul letto, le invidio ancora una volta.
Terminata la lotta con la polvere e gli oggetti vaganti non ho più voglia di continuare a mettere in ordine, me ne frego del tu devi, da qualunque parte esso provenga: dal super-io o dalle remote terre della metafisica trascendentale. Vado in cucina e mangio un kiwi, con il cucchiaino, come Antonella.

A7: la meditativa
Finalmente un po’ di pace! Giacomo dal papà, la camera in ordine, la cassettina dei gatti pulita, le telefonate fatte. Tiro fuori dall’armadio il cuscino per lo zazen, stendo la coperta e delicatamente ve lo appoggio sopra. Scelgo con cura l’incenso da accendere, stacco il telefono, mi tolgo le ciabatte. Mi inchino al muro e al letto. Mi siedo e incrocio le gambe. Mi inchino nuovamente al muro e nel fare questo il ginocchio sinistro mi inoltra una spiacevole sensazione di bagnato; mio malgrado approfondisco la questione e scopro che è poggiato esattamente al centro di una grande pisciata di Camilla. Anche la coperta è tutta intrisa e ora sento anche la puzza, che mi pare tremenda. So che sarebbe molto saggio riderci sopra, ma non mi riesce proprio spontaneamente. Evito di guardare nella direzione di Camilla e, assicuratami che il cuscino sia salvo, getto il resto in lavanderia, preparo il moccio, lavo il pavimento, mi spoglio, mi lavo il ginocchio. Niente zazen per oggi. O meglio questa mia giornata mi sembra una sessione intensiva di zazen, un ritiro che mi coglie un po’ alla sprovvista.

A8: l’ex moglie
“Ma dai, siete separati? Da come parli e da come ne parla Giacomo non lo avrei mai detto!”
“Si, ormai sono tre anni abbondanti, ma andiamo d’accordo, ci vogliamo bene. Ci vediamo forse più adesso che non prima.”
“Beh, questo è l’importante. Soprattutto è importante non giocare con i figli, far sentire loro che si può stare bene lo stesso”
“Già, questo mi pare lo stiamo facendo bene. Pensa che almeno tre volte la settimana mangiamo assieme e poi siamo fondamentalmente d’accordo sul come fare con Giacomo”

Già, e perché cazzo ci siamo separati allora? Mi chiedo titubante.

A9: la tecnologica
Rincoglionimento allo stato puro: un pomeriggio buttato a giocare a pinball sul computer nel tentativo di battere il mio stesso record. Camilla guarda sonnacchiosa la pallina che scorre e le lucette che sia accendono e si spengono. Tre ore buttate perché il record non l’ho superato. In compenso però sono migliorata di molto nel prato fiorito! Quello che una volta si chiamava campo minato e che ora, forse perché dopo l’Afghanistan le mine non è bene metterle ancora in scena, è diventato un prato fiorito! Ma se sbagli salti per aria lo stesso. E se giochi troppo ti si spappola il cervello.

A8: l’ex moglie
A dire il vero ora rammento alcune ragioni che mi hanno portato via dalla “famiglia felice” che sembravamo essere. Una per tutte: non avevo alcuna intenzione di essere madre anche della mia metà. Passino i pannolini sporchi, le notti quasi insonni, le pappe da preparare. Ma perché mai avrei dovuto raccogliere le mutande sporche anche di L.? Era proprio il mio destino finire nevrotica, frustrata, isterica per mandare avanti la baracca mentre si permetteva di innervosirsi anche solo al sentir nominare che c’erano le bollette da pagare o la spesa da fare o il bagno da pulire? Non parliamo poi di quando tornava a casa dal lavoro: stremato come se avesse lavorato in miniera.
Ecco dunque la solita storia, mi dicevo, delle donne che svolgono un  triplo lavoro  che non viene loro riconosciuto.
Possibile che alcuni uomini siano dotati nel corredo genetico di spessi filtri oculari che gli impediscono di vedere le incombenze relative alla gestione familiare? E che, sempre nel patrimonio ancestrale maschile, vi sia un germe di egoismo che impedisce loro di mettersi, anche per poco, nei panni di un altro?
E sì che il mio compagno era un uomo progressista, un comunista, un rivoluzionario! Che tristezza!

A10: la figlia

“Pronto? Ah, ciao mamma, come va? Brutta giornata? Si, capisco che questo tempo non facilita l’allegria. Io bene, si anche Giacomo, si sono partiti un’oretta fa. Si, gli ho detto di chiamarmi quando arrivano. Si, sono andati con la mia macchina che ha le gomme termiche. No, senti, mi sembra esagerato che io ti chiami quando mi telefonano, facciamo che se non senti niente vuol dire che va tutto bene, ok? Si, gli ho dato da vestire, si tanto, si lo so che farà freddo. No, domani non posso perché sono a pranzo da Roberta e domenica ho a pranzo Walter perché poi abbiamo un’iniziativa in piazza per la Palestina. No, cercherò di non prendere freddo. Si, mi vestirò bene. No, non è niente di pericoloso. Senti, magari ti telefono per domenica sera. Si, va bene, se non resisti telefonami pure domani così ti dico come stanno. Ciao, buonanotte”.
Di mamma in mamma, le preoccupazioni sono le stesse. Che tenerezza!

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