"We do not see the things as they are, we see the things as WE are." Anais Nin

Ritorno a casa


London Review of Books, 26 febbraio 2009

Venerdì 16 gennaio Mohammed Shurrab, con i suoi due figli, Kassab e Ibrahim, ha approfittato della pausa quotidiana nell’assalto israeliano – le ‘tre ore’ promesse dall’esercito – per tornare in auto fino a casa, a Khan Younis, dal loro appezzamento di terra, nella parte est della Striscia di Gaza. Erano a bordo di una Land Rover rossa. Sulla strada, li hanno salutato soldati su un carro armato. Più tardi, nel villaggio di Al Fukhari, in una strada costeggiata da piccole case e da giardini, militari appostati sul tetto di un’abitazione locale hanno sparato contro il veicolo; Kassab è stato ucciso sul colpo. Ibrahim, steso a terra vicino al padre, sanguinava; è morto a mezzanotte. Mohammed Shurrab ha chiesto aiuto con il telefonino, ma l’esercito, dopo la sparatoria, ha impedito alle ambulanze di entrare nella zona per 23 ore. Da lì, in auto, l’ospedale più vicino si raggiungeva in due minuti.

Otto giorni dopo, sono andata a vedere la casa da cui si era sparato. Le donne avevano già ripulito a fondo dall’immondizia che i soldati avevano accatastato all’interno. Ma non avevano ancora tolto le scritte dai muri. Su una parete ho trovato due iscrizioni in ebraico: ‘Il popolo di Israele vive’, e ‘Aveva ragione Kahane’. Il partito di Meir Kahane chiedeva l’espulsione degli arabi da Israele, se non rinunciavano alla richiesta di esprimersi come nazione all’interno dello Stato.

Pure la casa della famiglia Joha, nel quartere Zaytoun, nella parte sud-est della Città di Gaza, è stata usata dall’esercito per diversi giorni. Il 4 gennaio, i soldati hanno ordinato alla famiglia di lasciare l’abitazione. Come decine di altri vicini, spaventati, si sono precipitati da una casa all’altra, cercando riparo dal fuoco incessante. Il 5 gennaio hanno deciso in 80 – alcuni con la bandiera bianca – di andare a piedi in direzione nord-ovest, verso il centro città. A guidare la processione era Mouin Joha, un tecnico agrario; spingeva la madre, anziana, su un carretto trovato in un garage lì vicino. Ibrahim, il figlio quindicenne di Mouin, gli camminava accanto; sua madre sostiene che sventolava una bandiera bianca. Proprio allora sono stati sparati due colpi da un’altra casa di cui l’esercito aveva preso possesso. Un proiettile è arrivato al suolo, esattamente davanti al carretto che Mouin spingeva; un altro ha colpito Ibrahim. La Mezza Luna Rossa ha tentato, senza riuscirci, di coordinare l’accesso alla zona con le forze israeliane. Il giorno dopo, Ibrahim è morto.

Quando sono andata a vedere la casa degli Joha, due settimane dopo, era stata ridotta a un rudere: pezzi di calcestruzzo e mobili rotti; elettrodomestici crivellati di proiettili e buttati giù dalle scale del piano di sopra; abiti fatti a brandelli, un computer schiacciato. C’erano fori causati da bombe sui muri del terzo e del quarto piano. La famiglia mi ha chiesto di tradurre i graffiti dei soldati. In una stanza. ‘Qui c’è stato il conquistatore sionista’. In un’altra: ‘Siamo qui per annientarvi’.

Uno dei temi persistenti, nell’offensiva a Gaza, è stato il vietare l’accesso al personale medico. In diversi posti mi è stato riferito che i soldati, dopo aver dato l’ordine alla gente di lasciare la casa e di farsi strada verso il centro della Città di Gaza, li hanno avvisati di non evacuare i feriti: ‘altrimenti sarete colpiti da un missile lanciato da un drone’. In alcuni luoghi, i soldati hanno sparato alle ambulanze. Sono stati uccisi sette medici e diversi paramedici; altri sono stati feriti da missili, granate, o direttamente dagli spari.

La natura dell’offensiva rifletteva l’elevata permissività delle regole di ingaggio (non rivelate, in pubblico, dall’esercito e dai suoi portavoce): uccidere famiglie in casa o lì vicino, con granate, missili o bombe; bombardare alti edifici (in cui gli abitanti spesso si accalcavano in un angolo a piano terra); devastare fabbriche, distruggere campi coltivati.

Dovunque stessero, i soldati lasciavano pile di rifiuti: non solo borse vuote di provviste, non solo pacchi di munizioni usate, sacchi a pelo e altro equipaggiamento militare, ma bottiglie di plastica riempite di urina e ‘borse per l’immondizia’ contenenti feci umane. In molti casi hanno spalmato merda su pavimenti, muri, materassi. Alcuni di coloro con cui ho parlato dicono che non possono tornare a casa, nemmeno dopo averla ripulita. Il fetore resta attaccato ai muri.

Khaled Abed Rabbo, che ha avuto due figlie ammazzate davanti a lui, fuori dalla casa, mi ha detto: ‘questo non è l’esercito che conoscevamo una volta’. Molti abitanti di Gaza si sono espressi nell’identico modo. Ricordavano i soldati che avevano conosciuto nella prima intifada, quando pattugliavano le città ed i campi profughi, prima che, nel 1994, fosse istituita l’Autorità Palestinese. Abed Rabbo, tuttavia, neppure pensava alla prima intifada, ma al marzo del 2008, quando, durante un’offensiva di terra limitata, nel suo quartiere nella parte est di Gaza, l’esercito aveva rilevato l’abitazione, usandola per tre giorni come base. Ha riferito che era stato sopportabile, e che i militari erano stati cortesi. Questa volta avevano distrutto la casa, dopo che la famiglia era andata via: fatta saltare con la dinamite. Migliaia di abitazioni sono state demolite o rase al suolo, così come stalle, mangiatoie, pollai, capannoni con ancora dentro il bestiame, serre, frutteti; sono state colpite in modo particolarmente duro le aree di confine.

Mentre l’esercito avanzava, decine di migliaia di palestinesi sono stati costretti a fuggire di casa, sotto il fuoco dagli elicotteri, dai carri armati, dai droni, dietro una spessa cortina di fumo causata dalle bombe al fosforo bianco e da fuochi accesi dal bombardamento. Nel descrivere la fuga, gli abitanti di Gaza usano un termine spesso connesso al 1948: Hijra, ‘migrazione’, un termine una volta applicato solo al viaggio del Profeta Muhammad dalla Mecca a Medina, l’evento fondativo dell’islam storico. Ma nel 1948 il senso è cambiato: si riferiva all’espulsione dei palestinesi dalla loro patria. Nel 2009, dei palestinesi sono stati costretti a spostarsi solo di alcun chilometri, e molti sono già tornati a casa; ma l’uso di un termine così carico esprime qualcosa del sentire collettivo.

Israele ha finalmente infranto i pochi limiti che in precedenza si auto-imponeva, come Stato occupante; ha sfidato tutte le restrizioni della legge internazionale, che le imporrebbe di provvedere alla sicurezza e all’assistenza della popolazione occupata: sostiene che lo sganciamento del 2005 ha posto fine all’occupazione, e che Gaza è ora un’entità indipendente. Contrariamente al giudizio convenzionale, lo sganciamento non è iniziato nel 2005, con l’evacuazione dei coloni ed il ritiro dei soldati. È iniziato nel 1991, quando, a quattro anni dall’inizio dell’intifada, Israele ha iniziato la sua politica di chiusura (simile al sistema dei lasciapassare, sotto l’apartheid), negando ai palestinesi libertà di movimento fra la Cisgiordania e Gaza e all’interno di Israele. Senza che la comunità internazionale si opponesse, la chiusura si è alla fine trasformata in una politica di separazione demografica, che divide palestinesi da palestinesi e palestinesi da israeliani.

La conseguenza immediata di questa politica di separazione è stata quella di disconnettere Gaza dalla Cisgiordania (e da Gerusalemme Est, palestinese), dalla popolazione, dai centri scolastici e dai servizi sanitari, dai posti di lavoro in Israele, dai famigliari e dagli amici: nulla da stupirsi che ora Israele definisca gli abitanti di Gaza che vivono in Cisgiordania come ‘residenti temporanei illegali’, se non hanno un permesso israeliano per stare lì. Lo stretto assedio imposto a Gaza negli ultimi due anni ha semplicemente esacerbato il tutto. La politica di separazione degli anni ’90 (insieme al rapido espandere le colonie ebraiche in Cisgiordania) aveva lo scopo di distruggere le basi di un futuro stato palestinese.

Israele ha schiacciato la seconda intifada con mezzi letali che nella prima non aveva osato adoperare: non solo perché ora i palestinesi avevano ottenuto fucili, o per gli attentati suicidi, ma piuttosto perché, da quando è stata creata la Autorità Palestinese, Israele ha trattato ‘l’altra parte’ come sovrana e indipendente – nei casi in cui lo desiderava. Come se le enclave dell’AP non fossero sotto occupazione. Grazie a questa efficacissima propaganda, molti israeliani ritengono che la creazione dell’AP somigli alla fondazione di uno Stato indipendente – di uno Stato ingrato, che attacca il piccolo e pacifico Israele. Trovano abbastanza facile ignorare il fatto che questa prosegue nel controllo – diretto e indiretto – di tutti i parametri della sovranità e dell’indipendenza: terra, confini, risorse, acqua, registri di popolazione, economia, edilizia, istruzione, servizi sanitari e medici.

Lo sganciamento unilaterale da Gaza, ed il fatto che Hamas l’abbia reclamizzato come una vittoria – il risultato di una resistenza armata – hanno permesso ad Israele di sostenere che l’occupazione di Gaza era terminata. Con il successo elettorale di Hamas nel 2006, ed il sostegno di Abu Mazen agli sforzi israeliani per rovesciare il governo eletto, Israele ha trovato ancora più semplice presentare Gaza come un’entità politica indipendente. Allo stesso tempo, Israele ha esagerato – intenzionalmente – la minaccia posta dagli armamenti di Gaza allo Stato ed ai suoi cittadini. Questo esagerare fa il gioco di organizzazioni armate palestinesi, che vorrebbero presentare se medesime e la ‘lotta armata’ come una minaccia all’occupazione, nel tentativo di ottenere il sostegno dei palestinesi (di qui l’affermazione di Hamas di aver ucciso decine di soldati israeliani, e di aver ricevuto assistenza da parte degli angeli).

Propaganda a parte, Gaza era e resta un territorio occupato, come la Cisgiordania. Il problema dell’assedio non era e non è il cibo: questo (e solo questo) Israele ha permesso che entrasse (segno evidente, ha sostenuto, delle proprie intenzioni ‘umanitarie’). La popolazione di Gaza non è mai morta di fame: l’UNRWA ha ampliato i programmi per fornire direttamente cibo ai profughi, e altre organizzazioni di aiuto umanitario hanno seguito questo esempio; Hamas ha incoraggiato l’economia di tunnel fra Gaza e l’Egitto, e fornisce autonomamente provviste. Anche la struttura della società, a hamulah, assicura un costante aiuto reciproco. L’effetto dell’assedio è stato di ridurre un’intera società allo status di mendicanti: si è rifiutata quasi ogni attività produttiva, soffocando la società in una prigione a cielo aperto, scollegata dal resto del mondo. Negare il diritto a guadagnarsi da vivere, e negare la libertà di movimento: ecco l’essenza dell’assedio, il blocco angolare della politica di separazione. La politica di chiusura è un attacco alla dignità umana dei palestinesi, particolarmente di quelli a Gaza. Ora, Israele ha mostrato che la gabbia può anche essere una trappola mortale.

Amira Hass, giornalista per Haaretz, ha scritto Drinking the Sea at Gaza.Vive a Ramallah.

Testo originale inglese in http://www.lrb.co.uk/v31/n04/hass01_.html

traduzione: Paola Canarutto

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