"We do not see the things as they are, we see the things as WE are." Anais Nin

Tutti cittadini di Gaza…


Se passate di qui per caso, sostate un momento, vi chiedo 10 minuti soltanto per leggere l‘articolo di Mustafa Barghouthi uscito  su Il manifesto il 30 dicembre 2008

Leggetelo con calma, cercando di evitare i pregiudizi, di qualsiasi natura essi siano, e cercate l’uomo dentro di voi, quell’uomo che non ha bisogno di foderarsi di ideologie e di bandiere dietro alle quali nascondersi; quell’uomo che riconosce il profumo della libertà  e anche il sapore dell’umiliazione, della vessazione; quell’uomo, se lo trovate in voi, sa che non possiamo rimanere indifferenti.

LETTERA DA RAMALLAH

E leggerò domani, sui vostri giornali, che a Gaza è finita la tregua.  Non era un assedio dunque, ma una forma di pace, quel campo di  concentramento falciato dalla fame e dalla sete. E da cosa dipende la  differenza tra la pace e la guerra? Dalla ragioneria dei morti? E i  bambini consumati dalla malnutrizione, a quale conto si addebitano?  Muore di guerra o di pace, chi muore perché manca l’elettricità in sala  operatoria? Si chiama pace quando mancano i missili – ma come si chiama,  quando manca tutto il resto?

E leggerò sui vostri giornali, domani, che tutto questo è solo un  attacco preventivo, solo legittimo, inviolabile diritto di autodifesa.  La quarta potenza militare al mondo, i suoi muscoli nucleari contro  razzi di latta, e cartapesta e disperazione. E mi sarà precisato  naturalmente, che no, questo non è un attacco contro i civili – e  d’altra parte, ma come potrebbe mai esserlo, se tre uomini che  chiacchierano di Palestina, qui all’angolo della strada, sono per le  leggi israeliane un nucleo di resistenza, e dunque un gruppo illegale,  una forza combattente? – se nei documenti ufficiali siamo marchiati come  entità nemica, e senza più il minimo argine etico, il cancro di Israele?  Se l’obiettivo è sradicare Hamas – tutto questo rafforza Hamas. Arrivate  a bordo dei caccia a esportare la retorica della democrazia, a bordo dei  caccia tornate poi a strangolare l’esercizio della democrazia – ma quale  altra opzione rimane? Non lasciate che vi esploda addosso improvvisa.  Non è il fondamentalismo, a essere bombardato in questo momento, ma  tutto quello che qui si oppone al fondamentalismo. Tutto quello che a  questa ferocia indistinta non restituisce gratuito un odio uguale e  contrario, ma una parola scalza di dialogo, la lucidità di ragionare il  coraggio di disertare – non è un attacco contro il terrorismo, questo,  ma contro l’altra Palestina, terza e diversa, mentre schiva missili  stretta tra la complicità di Fatah e la miopia di Hamas. Stava per  assassinarmi per autodifesa, ho dovuto assassinarlo per autodifesa – la  racconteranno così, un giorno i sopravvissuti.

E leggerò sui vostri giornali, domani, che è impossibile qualsiasi  processo di pace, gli israeliani, purtroppo, non hanno qualcuno con cui  parlare. E effettivamente – e ma come potrebbero mai averlo, trincerati  dietro otto metri di cemento di Muro? E soprattutto – perché mai  dovrebbero averlo, se la Road Map è solo l’ennesima arma di distrazione  di massa per l’opinione pubblica internazionale? Quattro pagine in cui a  noi per esempio, si chiede di fermare gli attacchi terroristici, e in  cambio, si dice, Israele non intraprenderà alcuna azione che possa  minare la fiducia tra le parti, come – testuale – gli attacchi contro i  civili. Assassinare civili non mina la fiducia, mina il diritto, è un  crimine di guerra non una questione di cortesia. E se Annapolis è un  processo di pace, mentre l’unica mappa che procede sono qui intanto le  terre confiscate, gli ulivi spianati le case demolite, gli insediamenti  allargati – perché allora non è processo di pace la proposta saudita? La  fine dell’occupazione, in cambio del riconoscimento da parte di tutti  gli stati arabi. Possiamo avere se non altro un segno di reazione?  Qualcuno, lì, per caso ascolta, dall’altro lato del Muro?

Ma sto qui a raccontarvi vento. Perché leggerò solo un rigo domani, sui  vostri giornali e solo domani, poi leggerò solo, ancora, l’indifferenza.  Ed è solo questo che sento, mentre gli F16 sorvolano la mia solitudine,  verso centinaia di danni collaterali che io conosco nome a nome, vita a  vita – solo una vertigine di infinito abbandono e smarrimento. Europei,  americani e anche gli arabi – perché dove è finita la sovranità  egiziana, al varco di Rafah, la morale egiziana, al sigillo di Rafah? –  siamo semplicemente soli. Sfilate qui, delegazione dopo delegazione – e  parlando, avrebbe detto Garcia Lorca, le parole restano nell’aria, come sugheri sull’acqua. Offrite aiuti umanitari, ma non siamo mendicanti,  vogliamo dignità libertà, frontiere aperte, non chiediamo favori,  rivendichiamo diritti. E invece arrivate, indignati e partecipi,  domandate cosa potete fare per noi. Una scuola?, una clinica forse?  delle borse di studio? E tentiamo ogni volta di convincervi – no, non la  generosa solidarietà, insegnava Bobbio, solo la severa giustizia – sanzioni, sanzioni contro Israele. Ma rispondete – e neutrali ogni  volta, e dunque partecipi dello squilibrio, partigiani dei vincitori –  no, sarebbe antisemita. Ma chi è più antisemita, chi ha viziato Israele  passo a passo per sessant’anni, fino a sfigurarlo nel paese più  pericoloso al mondo per gli ebrei, o chi lo avverte che un Muro marca un  ghetto da entrambi i lati? Rileggere Hannah Arendt è forse antisemita,  oggi che siamo noi palestinesi la sua schiuma della terra, è antisemita  tornare a illuminare le sue pagine sul potere e la violenza, sull’ultima  razza soggetta al colonialismo britannico, che sarebbero stati infine  gli inglesi stessi? No, non è antisemitismo, ma l’esatto opposto,  sostenere i tanti israeliani che tentano di scampare a una nakbah chiamata sionismo. Perché non è un attacco contro il terrorismo, questo,  ma contro l’altro Israele, terzo e diverso, mentre schiva il pensiero  unico stretto tra la complicità della sinistra e la miopia della destra.

So quello che leggerò, domani, sui vostri giornali. Ma nessuna  autodifesa, nessuna esigenza di sicurezza. Tutto questo si chiama solo  apartheid – e genocidio. Perché non importa che le politiche israeliane, tecnicamente, calzino oppure no al millimetro le definizioni  delicatamente cesellate dal diritto internazionale, il suo aristocratico  formalismo, la sua pretesa oggettività non sono che l’ennesimo  collateralismo, qui, che asseconda e moltiplica la forza dei vincitori.  La benzina di questi aerei è la vostra neutralità, è il vostro silenzio,  il suono di queste esplosioni. Qualcuno si sentì berlinese, davanti a un  altro Muro. Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza?

Mustafa Barghouthi 27 dicembre 2008 – traduzione di Francesca Borri

OITTP-MIDEAST

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